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gennaio 2005
  • Sabato 15 Gennaio, ore 18,30

    Fotografia

    Yann van Steenbrugghe, fotografo agosto 2004

    Proposta sulle serie 2003 e 2004

    Di cosa hai voglia di parlare?
    Delle persone che ho fotografato, della danza buto.
    Il buto è fatto di ombre e di luce come la fotografia. Ma il buto della persona che ho di fronte a me...io non ne ho alcuna idea, non so. Vale a dire che anche se ho un'idea sulla persona e per intuito mi viene voglia di fotografarla, non è possibile prevederne il risultato. Vi è invece una fluttuazione della quale si può parlare poiché è visibile ed è una fluttuazione che mostra il buto della persona. Ed è esattamente a questo punto che il processo diviene un fatto importante. Esso ha una funzione rivelatrice. Ed è per questo motivo che per me la fotografia, l'atto di fotografare, il ballerino sono simili ai comportamenti della meccanica quantistica per quanto riguarda l'idea che l'energia-materia è allo stesso tempo sia corpuscolo che onda. Per esempio, le foto di Masaki sotto i fari di una macchina in piena notte mostrano chiaramente questo aspetto. Le tracce che lascia sulla pellicola non sono altro che energia mentre il suo viso-spirito appare e scompare . Cosa è in quel preciso momento, energia in movimento oppure intensità dell'attimo.? A quel punto i limiti sono raggiunti, l'impressione è percettibile, sovrapposizione. E' ciò che il processo consente, la luce, le pose lente, a volte il flash...
    E poi c'è questo cono d'ombra. Niente può uscirne, è come un vuoto che assorbe tutto. Le foto di Flavia contro il lucernario, per esempio, mostrano molto bene tutto ciò. Il suo vestito ha consentito di esprimere questa profonda intensità, ma il risultato non è un artefatto, ma molto di più. E' come se questa energia-materia e i suoi molteplici aspetti si dissolvessero nel cono d'ombra del suo vestito dai limiti indefiniti.

    E' come l'esistenza dei buchi neri in astronomia, se ne vede solo la manifestazione?
    Questo cono d'ombra appare inevitabilmente come assenza di luce e questa assenza agisce come marcatore sulla pellicola (la prova), deforma la realtà sensibile e ciò può essere paragonato a questa nozione di buco nero di cui parlate. Ma per l'abito in questione, è Flavia che ha deciso, non io, e dunque è proprio di lei che si tratta quando appare la coppia energia-materia. Le espressioni del suo viso rimandano a questo cono d'ombra, come se fossero direttamente il substrato ed al tempo stesso la somma dei suoi affetti.
    In realtà ciò di cui noi parliamo è una posizione non circoscritta che si riferisce alla percezione. E' necessario prendere coscienza che ciascun ballerino è inimitabile e quindi ogni ballerino crea una situazione ed un contesto inimitabili. Lo stato del ballerino è inimitabile. Questa inimitabilità è sempre relativa ad una dislocazione spaziale. Questa inimitabilità crea il grigio sulla pellicola e se la sovrapposizione dei grigi si fonde nello spazio circostante come assenza di luce, allora il cono d'ombra diventa assenza. Un altro esempio può essere dato da Miriam, in lei vi è una dissoluzione totale ed impercettibile nello stesso tempo. Il piano del pavimento diviene indipendente dalla parete. La parete stessa non poggia più su niente, ha come assorbito lo spazio; questo è ciò che io intendo per dislocazione.

    Perché hai scelto il processo della fotografia?
    Il mezzo fotografico può, contrariamente a qualsiasi idea acquisita spiegare l'impermanenza. Nel nostro caso vi è lo scalare nel tempo di tre apparecchi. Questo passaggio permette al tempo lungo di una foto di versare o di riversarsi nel tempo lungo di un'altra foto...vale a dire che noi partiamo da un dispositivo di captazione, di registrazione; noi diremmo quasi che questo dispositivo è concepito per giocare con la freccia del tempo. Come risultato a volte si ottiene un trittico. Anche un dittico, poiché in effetti l'ordine è lo stesso, pur essendoci una differenza di cui parleremo in termini di fuoco. Il problema non è tanto il numero di apparecchi usati ma la traduzione di uno stato spirituale. Questo si vede bene nel trittico in cui Flavia danza sul pavimento, oppure nel dittico di Aimée appoggiata ad un albero nella foresta. A questo punto il problema è di sapere se il risultato finale non sia che il riflesso del processo usato. E certo non perché in concreto non ci sia una regola assoluta. Tutto è possibile solo nell'attimo. Io devo illuminare questo o quell' attimo oppure lasciare che il processo si svolga senza intervenire dall'esterno dell'inquadratura? E' sempre una decisione presa all'istante che mi lega al ballerino, alla sua danza. Tuttavia lo stato concettuale intrinseco al risultato tenta, malgrado tutto, di rimandare lo spettatore ,nonostante questa dislocazione della percezione, ad un annullamento della scelta (il gioco della scelta svanita). Cosa che in effetti vuole dire che non è più possibile scegliere una cosa in rapporto ad un'altra all'infuori del fatto di conoscerne il processo. Per esempio una fotografia che fa parte di uno dei trittici su Masaki in cosa differisce dalla foto successiva? Cosa ne fa una foto unica e nel contempo non dissociabile dalle altre foto del trittico? Questo è il gioco concettuale della freccia del tempo, ciò esiste ed allo stesso tempo non esiste.

    Ciò che colpirà lo spettatore per quanto riguarda questo trittico sarà di tipo estetico o concettuale?
    A questo punto è necessario ritornare ad un'analisi degli affetti, dei concetti e delle percezioni a cui io mi riferisco. Sono di Gilles Deleuze, si sono proprio suoi questi termini, ce li ha regalati lui. E quindi io li ho utilizzati come mezzi per parlare delle mie foto. Ed ora per quanto riguarda lo spettatore gli devo una spiegazione.

    Che cosa dici quindi del risultato?
    Riguardo al risultato riconoscibile vi sono invece dei cambiamenti, questo è il gioco. Si può parlare di un rischio grafico che da solo è sufficiente per andare al di là del dispositivo. A volte il dispositivo saprà essere sufficiente in se stesso e si otterranno trittici e dittici. A volte soltanto l'evidenza vista come un accumulo coercitivo genera un'unica prova. L'accumulo di dati in un'unica prova può, attraverso la sua non neutralità, escludere la possibilità stessa di un trittico o di un dittico. A volte il linguaggio del trittico chiederà aiuto alla pittura e quindi si allontanerà dal proposito iniziale per esprimerlo sotto un'altra forma. Le rappresentazioni della fisica quantistica e Bacon per esempio. Partendo da questa constatazione, a parte le possibili biforcazioni, l'accesso al trittico o al dittico implica una forma di neutralità e di accumulo dei tempi delle prove, del tempo grafico. Questo lo dico perchè è proprio questo che influisce sull'insieme del lavoro. Quindi da questo punto di vista le foto sono probabiliste. O forse no, non sono le foto ma il risultato ad essere probabilista. La foto porta ad un risultato probabilista. La situazione del fotografo, del soggetto e del mezzo è un campo aperto all'esplorazione, sempre.

    Quali sono le differenze tra trittico e dittico?
    Il dittico per esistere ha bisogno dell'amplificazione di uno dei parametri, il trittico no. A questo punto il parametro utilizzato riguarda il cambiamento di fuoco che è fissato per mostrare un dettaglio di qualcosa che è già successa. I trittici non seguono in questo caso la stessa legge. Essi obbligano ad una saturazione dell'immagine proiettata, e a questo livello non si tratta di una saturazione grafica, ma di una fatica generata dalla ripetizione sfumata e quindi modificabile. Il trittico come anche il quadrittico è molto noioso ed invita quindi alla curiosità. Bisogna gustarne sia il concetto che la noia. Ma ciò dipende anche dalle possibili biforcazioni, come per esempio l'inquadratura. Se lo sfondo si svolge come nel duetto di Aimée e di Adrien, è l'inquadratura che è fonte di dislocazione, il tempo in questo caso resta lineare. In effetti le differenze riguardano il confronto che noi potremmo fare tra alcune opere, come potremmo anche, in altri casi, trovare delle analogie.

    Salto nell'ignoto, il nero, il bianco?
    In effetti le incognite sono tre: il nero, il bianco, il grigio. Quest'ultimo permette di gestire le trasparenze, le apparizioni spontanee come anche il colore. Il nero ha la qualità del nero, della presenza forte, di massa concreta, non fosse altro che in termini di contrasto con il colore. Il bianco non esiste in quanto tale, ed è questo non esistere che gli conferisce questa assenza di massa, questo splendore , ma non si può mai sapere se, in qualunque momento, questa assenza non oggettivi anche una presenza o piuttosto uno stato. In effetti, parlare del nero o del bianco può avere un senso in termini di stato, ma anche di struttura sottile. Per questo lavoro io miro a far sì che lo sfondo appaia come un'entità a parte. E' uno dei vantaggi dell'emulsione argentica dalla grana fine del 25 asa. Lo stampatore, vale a dire colui che trasferisce la prova su carta ha, in questo caso, un'importanza cruciale. Tra Dominique del laboratorio Dupif e me c'è un vero dialogo ed il suo punto di vista è prezioso. Inoltre anche lui è un fotografo ed anche questo ha un peso.

    Masaki, nel film che racconta la ripresa ti fa delle domande. Qual'è la cosa più importante, la danza o le fotografie?
    A questo punto io mento. A parte il fatto che ho sempre amato fare della fotografia, e questo è vero, è la danza che ho scelto di mostrare qui, infatti queste fotografie non sono delle fotografie e poiché la danza non può essere danza su una fotografia, resta ciò che resta.

    Tu hai fornito una spiegazione molto precisa del processo fotografico ma chiaramente il risultato sfugge, che ne dici?
    Questa scappatoia, uso anch'io la stessa parola, è il luogo stesso di questo approccio non dualistico e senza speranza. Il procedimento fotografico, se possiamo descriverlo, è visto come termine d'intesa "di simpatia" tra il fotografo, la sua équipe ed il danzatore, come mezzo di decisione interiore del fotografo, il controllo dei flash, lo spostamento dell'apparecchiatura, la stampa , le biforcazioni., come mezzo di decisione interiore del ballerino, il tempo stabilito per ogni foto, la distanza tra l'apparecchio e lo sfondo o il luogo e come concetto nel processo messo in opera di traverso al gioco della freccia del tempo.

    Approccio non dualistico e senza speranza, d'accordo, ma sembra che vi sia qualcosa di imprevedibile?
    Il risultato va oltre il prevedibile.

    Cos'è la scatola nera?
    Vuoi parlare delle fotografie di Aimée nel suo omaggio a Bacon. Inizialmente si è posizionata su una cassetta, il suo spazio per danzare. Questa cassetta, nel corso del lavoro ha assunto una grande importanza, è diventata la " scatola nera" durante la stampa. Questo è il senso che voglio dargli. In effetti la scatola non esiste da un punto di vista intrinseco. Intrinsecamente, essa è senza massa all'interno, è stato non rivelato. La "scatola nera", in un certo senso, fa l'eco alle "statue" di Michel Serres. Di questa scatola, una materia di energia carnale sfugge. Ciò avviene tra la carne e l'energia. L'energia determinata dalla carne e intrinsecamente l'energia pura. Intrinsecamente essa è luce all'interno ma opaca all'esterno, alla prima visione. Evidentemente io non posso fare a meno di pensare a "Sand Dune" di Francis Bacon, gli devo molto.

    Cosa significa questa idea di energia nel contesto di "energia carnale che sfugge"?

    Obiettivamente io non ho alcuna idea dell'energia ma se si guardano i trittici della danza di Masaki sotto i fari di una macchina in piena notte, quel momento dei trittici, quell'"energia" che appare, sono i fari, è il colore della notte, è la danza, il buto, è la particolare combinazione di circostanze eccezionali, è un'invenzione?
    E' il contrario, invece, quando Adriano esplora lo spazio di questa vasca si contorce e si raddrizza in un magma (l'energia carnale?) che cerca di sfuggire (dalla vasca). Ma ancora una volta non sono stato io a decidere, egli ha in realtà deciso di danzare là. Ed io aggiungo che ciò corrisponde ad un vissuto profondamente ancorato alla sua prima infanzia. Ma questo voler sfuggire appare al di là ed al di qua dell'affetto.

    Si può parlare di invenzione nelle foto?
    Si, inventare vuol dire fare esistere ciò che già esiste, benché non si possa dire in questo caso che ciò che già esiste è già esistito.

    Tutto sembra sfuggire nelle tue risposte?
    Si questo sfugge.

    Moéno per esempio?
    Lei è differente, va e viene ma molto velocemente. A volte lei scivola e tutto scintilla intorno a lei. Ma non si può dire che lei sfugga. E' un gioco inimitabile di apparizione e sparizione. Come nel trittico alla porta o nel dittico sullo sfondo di carta dipinto il contorno sfugge, non lei. La sua danza ha fatto oscillare tutto! Nei miei autoritratti, invece, ho cercato questa scappatoia. In nessun momento ho cercato di utilizzare né il flash né l'inquadratura. Io volevo proprio rimanere tra presenza e assenza, per marcare la pellicola in modo che l'immagine sfugga alla propria rappresentazione.

    Proposte raccolte da Aimée Flexas ballerina della compagnia "come sempre ma non uguale" e modificata da Yann van Steenbrugghe, l'intervistato-fotografo.
    Traduzione di Gabriella Maggiulli

    Centro Culturale Libreria Bibli gennaio 2005.

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