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giugno 2004
  • Giovedì 3 Giugno, ore 18,00

    Arte
    Inaugurazione della mostra di Francesca Grazzini.

    C’è qualcosa di ancestrale negli oggetti in legno, intagliati e colorati, di Francesca Grazzini. Una specie di ping pong fra il giocattolo e l’interpretazione colta dei dipinti che traduce per se stessa, fra una tecnica infantile e la conoscenza letteraria dei pittori di riferimento. Sono piccoli quadri-oggetto, sviluppati a rilievo su due o più piani distanziati, che lei stessa chiama “operine”, con un termine lirico. Sono delle mini-scenografie, un po’ agresti e un poco neo-classiche, ancestrali, perché rimandano alla memoria il lontano ricordo del traforo e del ricamo su legno compensato, nonché l’idea di quei teatrini dai sipari incerti presenti una volta nelle camerette di tutti i bambini borghesi. Solo che in questo caso i personaggi non sono i burattini, ma per esempio la Maya denuda, le figure volanti nei cieli di Chagall, i Cristi di Velasquez, i solitari manichini di De Chirico. Si snoda così una delicata commedia di personaggi e di ambienti riferiti a Piero della Francesca (Gesù flagellato), a Rembrandt (Dissezione del cadavere alla scuola di medicina), a Egon Shiele (Masturbazione), a Raffaello (le Madonna), a Leonardo (la Gioconda), e poi a Ricasso, Matisse, Cezanne, eccetera, scelti e interpretati sul filo di connivenze psichiche, di innamoramenti, di intime sensazioni, di bisogno di immagine. Ogni scelta motivata ed espressa con il suo testo di accompagnamento critico, con la sua ampia didascalia di spiegazione, con la sua sottile spinta autobiografica e anche psicanalitica. Un mondo di figure e sfondi romanzati e descrittivi, il cui più vero scenario sono proprio i riferimenti inconsci della stessa autrice. Un lavoro quasi privo di peso, quasi privo di materia, espresso sul fronte dei sentimenti, sull’ironia dell’estetica, su un sotteso senso della colpa e della redenzione, il cui messaggio poetico raccogliamo sotto la forma positiva del gioco. (Alessandro Mendini)

 

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